Dr. Giulio Giovanni Sulis

Otorinolaringoiatra

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ACUFENI

 

 

 

 

L’acufene o Tinnitus può essere definito come:

 

"un suono, o un rumore udito dal paziente in una o in entrambe le orecchie, o all’interno della testa”.

 

Tantissime sono le descrizioni date da chi ne soffre.

 

Può manifestarsi come un fischio, un ronzio, il rumore di una cascata, un getto di vapore, il suono di una conchiglia, di una cicala…..etc, essere presente 24 ore su 24 in modo continuo, intermittente, variare di intensità nel corso della giornata, essere influenzato dal suono esterno e, talvolta ostacolare lo stesso udito.

E’ un problema molto diffuso, dal momento che circa il 10% della popolazione ha avuto nel corso della vita “esperienza di acufeni”, ed il 4% di essi è stato o è infastidito da esso.

 

Indipendentemente dalla sua origine, l’acufene è stato fino a non molto tempo fa, un vero e proprio “buco nero” per l’audiologo,  perché solo in misura relativamente modesta si poteva risalire ad una causa eziologicamente dimostrabile, fosse essa di origine prettamente audiologica o legata ad una patologia sistemica come nel caso degli acufeni che si verificano nell’ipertensione arteriosa, o riconducibile ad una disfunzione delle strutture vicine all’orecchio come nel caso del tinnitus legato a disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare.

 

Si diceva al paziente che “si doveva convivere con l’acufene perché non c’era alcuna terapia” e questo non faceva altro che accrescere la frustrazione ed il fastidio creato dall’acufene perché, come oggi si sa, non ci si può coscientemente abituare all’acufene se per il nostro cervello esso è un fastidio.

 

Gli acufeni venivano classificati in oggettivi ossia udibili dall’esterno, come ad esempio quelli originatisi da una turbolenza a livello di un vaso abbastanza vicino alla coclea, ed in acufeni soggettivi ossia non udibili all’esterno.

 

Per  Prof. Jastreboff, neurofisiologo americano e padre della TRT, questa classificazione non va bene; egli ha proposto una suddivisione in  veri acufeni (quelli che nell’altra classificazione erano nominati come acufeni soggettivi) e rumori somatici (i vecchi acufeni oggettivi). In pratica secondo questa veduta gli acufeni nascono sempre per una perturbazione a vari livelli della via acustica e vengono uditi esclusivamente dal paziente, come una “percezione fantasma”, mentre i rumori somatici sono dei suoni a genesi esterna che nulla hanno a che fare con questa definizione di acufene.

 

E’ ovvio che in quella parte di pazienti in cui si risale alla eziologia o causa, è possibile anche una terapia eziologica con discreto successo, è questo ad esempio il caso degli acufeni legati ad una malocclusione dentaria o ad una generica alterazione del sistema temporo-mandibolare; in questo caso la causa sarebbe riconducibile ad una iperattività muscolare anomala ad opera dei muscoli masticatori che riuscirebbe a sincronizzarsi ed ad essere avvertita dalle strutture recettoriali dell’orecchio interno come un suono, o ad un’iperattività del muscolo tensore del timpano innervato dal nervo trigemino.

 

Spesso, tuttavia, questa causalità sfugge, in quanto si tratta il più delle volte di fenomeni di ipersensibilità o di iperattività a vari livelli dei neuroni che costituiscono la via acustica, con riduzione dei controlli inibitori che fanno diventare “in soglia” un rumore o suono che normalmente dovrebbe essere filtrato.

 

 Ancora oggi la eziopatogenesi dell’acufene è oggetto di studio anche perché si tratta di un sintomo per il quale non ci si può appoggiare ad un modello animale ed inoltre l’acufene non è sempre e solo legato ad un calo d’udito (ipoacusia) ma si può verificare anche in pazienti perfettamente normoacusici.

 

Non sempre si tratta solo di un problema riconducibile ad un puro e semplice danno delle cellule dell’orecchio interno (cocleare) o del nervo acustico (retrococleare) come nel caso del danno da rumore o del neurinoma dell’ottavo (un tumore del nervo acustico).

 

In particolare nel caso dell’acufene legato a danno cocleare è stato proposto come possa essere il danno della cellula ciliata esterna che a livello della coclea agisce come modulatore e amplificatore periferico dell’attività della cellula ciliata interna (il vero e proprio microfono), a svolgere il ruolo di primaria importanza nell’acufene ad origine cocleare.

 

In pratica è come se si avesse un microfono senza il potenziometro periferico e quindi con minore sensibilità, ciò costringerebbe il sistema uditivo ad aumentare il proprio guadagno correndo il rischio che si possano verificare dei fenomeni di distorsione da cui originerebbero gli acufeni.

 

Ma se ribaltiamo un attimo il problema, indipendentemente dall’eziologia, appare subito un dato evidente.

 

Come mai l’acufene non è sempre un problema?

 

Per intenderci se noi iniettiamo dell’istamina sottocute avremo sempre prurito, ma se noi induciamo un acufene vi è una diversa reazione da parte dei soggetti, diciamo che su 100 persone con acufene troveremo che per un 40% non vi è alcun problema nonostante vi sia l’acufene, vale a dire utilizzando un paragone efficace, l’acufene in questi casi “è come portare un paio di occhiali”, mentre per il restante 60% rappresenta un fastidio più o meno marcato da un livello minimo e solo in certe situazioni ambientali e psico-fisiche, fino ad un livello di profondo condizionamento negativo dell’esistenza.

 

Questo indipendentemente dall’intensità dell’acufene. Difatti se noi effettuiamo delle misurazioni dell’intensità dell’acufene presente in un orecchio per confronto con un suono esterno da noi erogato di cui conosciamo perfettamente intensità e frequenza (acufenometria), noteremo che acufeni di discreta intensità possono essere di fastidio nullo per il paziente mentre al contrario acufeni di grande intensità possono essere causa di profondo disconforto per il paziente. Pertanto non è l’intensità del Tinnitus il problema ma come questo segnale aberrante viene letto ed interpretato dal cervello.

 

Questo concetto è alla base della Tinnitus Retraining Therapy (TRT) o terapia di riabilitazione all’acufene, proposta dal Neurofisiologo Pawel Jastreboff Direttore  del Tinnitus and Hyperacusis Center presso la Emory University di Atlanta, unica terapia a livello mondiale ad avere avuto dei risultati concreti e pubblicati.

 

Queste considerazioni ci fanno capire perché le varie terapie farmacologiche, agopuntura, psicoterapia, etc. abbiano avuto il più delle volte scarsi o nulli risultati ed abbiano un ruolo di mero supporto.

 

Jastreboff ha proposto un “modello neurofisiologico dell’acufene”.

 

A questo proposito vanno fatte alcune premesse.

 

Non tutti i suoni sono uguali per il nostro cervello. Ogni suono una volta che raggiunge la corteccia viene confrontato con ciò che risulta in memoria e giudicato se affettivamente negativo, affettivamente positivo o neutro.

 

Serviamoci di un es.: che differenza c’è tra ascoltare un frigorifero per tutto il giorno, o sentire una persona che iterativamente ripete tutto il giorno la stessa musica al pianoforte?

 

Il primo suono è un suono neutro che il nostro cervello non considera né pericoloso, né affettivamente negativo, per cui in breve lo esclude, lo lascia sotto soglia e noi non siamo più in grado di percepire quel suono se non con un atto cosciente.

 

Il secondo suono può essere invece vissuto positivamente o negativamente a seconda del significato che riveste per noi; pertanto se a suonare è nostra figlia che deve conseguire un prestigioso diploma di pianoforte quel suono potrebbe essere anche gradevole per noi, mentre se a suonare è la figlia del nostro vicino antipatico diventa un qualcosa di fastidiosissimo ed insopportabile. Vale a dire che a seconda di come il cervello legge un certo suono o segnale, questo può assumere o meno un diverso significato.

 

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